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Ecomuseo Sangro · Aventino
Il grande masso di gesso di Gessopalena con i resti del borgo sulla sommità

La cultura del gesso · 8 min di lettura

Una montagna che si lascia scavare

A Gessopalena non hanno costruito un paese sulla roccia: l'hanno costruito dentro. Poi, in due giorni del dicembre 1943, non è rimasto quasi niente.

Sei milioni di anni fa la soglia di Gibilterra si chiuse e il Mediterraneo cominciò a evaporare. I sali disciolti nell'acqua si concentrarono e precipitarono sul fondale: è così che si è formato il gesso che oggi affiora lungo tutta la valle dell'Aventino.

È una roccia che si scalfisce con l'unghia. Nella scala di Mohs sta al secondo posto, subito dietro il talco. E quando è fatta di cristalli grandi — la selenite, che può prendere la forma di una punta di lancia o di una coda di rondine — riflette il sole al punto che gli abitanti di Gessopalena chiamano il proprio paese «Pretalucente».

Costruire togliendo

Chi si è insediato su quel masso non ha fatto come altrove. Non ha cavato pietra per impilarla: ha scavato dentro la montagna. Case, strade, vicoli, scalinate, sotterranei, chiese, stalle, forni, frantoi — tutto intagliato nella roccia viva.

Veduta dall'alto del borgo rupestre intagliato nella roccia di gesso
L'impianto urbano è ordinato da tre assi longitudinali; dal percorso principale, via Castello, si diramano a pettine le stradine trasversali.

Il trappeto — il frantoio — ha ancora la mangiatoia dove sostavano gli asini che azionavano la macina, l'altare su cui girava la sottomacina, il focolare incassato nella roccia per riscaldare, la grotta dove si accatastavano le olive, la cisterna che separava l'acqua dall'olio, e l'incavo per il contrappeso del frantoio «a trabocco». Nelle scuderie si trovano ancora le basi dei torchi vinari, che in paese chiamano «vriscule»: un sistema in uso dal periodo italico fino al dopoguerra.

Una fragilità che si paga

La stessa tenerezza che permetteva di scavare rendeva tutto precario. Le frane si susseguirono — la più importante nell'Ottocento — e i terremoti convinsero gli abitanti a costruire nuovi quartieri a valle. Poi, nei giorni 4 e 5 dicembre 1943, le truppe tedesche in ritirata sulla linea Gustav rasero al suolo l'abitato.

Fotografia storica in bianco e nero del borgo di Gessopalena prima della distruzione
Il borgo prima della guerra: quello che si visita oggi è ciò che ne è rimasto.

Il mestiere finito

Intorno al masso restano le cave, con i segni degli scalpelli e i fori per la polvere da sparo ancora leggibili sulla roccia tagliata. E le fornaci: dalle più antiche, ricavate da grotte naturali, a quelle a uno o due pozzi costruite in mattoni e pietra di gesso. Dentro si trovano ancora le grosse macine che gli asini giravano per frantumare il gesso cotto, e nelle più recenti i resti dei frantumatori elettrici. Nell'ultimo periodo dalle cave partivano le teleferiche.

Poi, in pochi decenni, le mutate condizioni sociali e l'arrivo di altri materiali nell'edilizia hanno chiuso tutto. Di una cultura intera — case fatte di gesso, intonaci, stucchi, controsoffitti impastati con canne, paglia e giunchi — è rimasto un borgo vuoto e un museo che non ha sale proprie, perché le sale sono le case.

Vale la pena guardarlo con attenzione: è bioarchitettura del passato, e ha ancora qualcosa da dire sul presente.