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Ecomuseo Sangro · Aventino
Il castello ducale e il centro storico di Casoli illuminati di notte

Il progetto · 6 min di lettura

Chi ha fatto questo Ecomuseo

Non è nato in un assessorato. È nato in un liceo, fra 2018 e 2019, da studenti mandati a guardare il proprio territorio con gli occhi di chi dovrà deciderne il futuro.

Il progetto «un #ECOMUSEO per l'#ABRUZZO» è stato finanziato con i Fondi Strutturali Europei — Programma Operativo Nazionale «Per la scuola, competenze e ambienti per l'apprendimento» 2014-2020, avviso pubblico 4427 del 2 maggio 2017 sul potenziamento dell'educazione al patrimonio culturale, artistico e paesaggistico.

Finanziato il 29 marzo 2018, è stato attivato nell'autunno dello stesso anno con la partecipazione della classe 3ª B del Liceo Artistico e di diversi alunni delle classi 3ª A, 3ª C e 3ª D del Liceo Classico. Si è sviluppato in due annualità e in cinque moduli interconnessi.

Cinque moduli

Educazione al patrimonio dei beni culturali e ambientali; educazione ambientale e paesaggistica sul comprensorio Sangro-Aventino; tipologie dei sistemi museali, con l'adozione del Museo del Gesso e del Museo del Peperone Dolce; emergenze archeologiche, architettoniche, storiche e paesaggistiche; e infine la realizzazione del sito multimediale, perché gli studenti potessero gestirlo autonomamente nel tempo.

Gli esperti sono stati individuati con bando: Elena La Morgia, storica dell'architettura e insegnante di Storia dell'Arte; Aurelio Manzi, insegnante di Scienze e studioso di paesaggio agrario e naturale; Giuseppe Manzi, insegnante di Storia dell'Arte, ideatore e progettista di diversi sistemi museali del comprensorio, coordinatore del progetto; Davide Aquilano, archeologo; Maria Elena Sigismondi, architetto e ricercatrice; Stefano Donatello, docente di Discipline Plastiche e Scultoree; Ercole del Pizzo per la parte multimediale. Con loro i tutor Carmela Pelleriti, Concetta Di Campli, Silvia Intilangelo ed Eugenia Napoleone.

Perché un ecomuseo, e perché virtuale

A coniare il termine «ecomuseo» fu Hugues de Varine nel 1971, per indicare un territorio che comprende ambienti di vita tradizionali e patrimonio naturalistico, artistico e culturale degni di tutela. Ma il vero creatore fu il museologo Georges Henri Rivière, che lo descrisse come «il museo del tempo e dello spazio di un dato territorio, un'istituzione che si occupa di studiare, conservare e valorizzare la memoria collettiva di una comunità e del territorio che la ospita».

Un ecomuseo non è delimitato da mura, e le opere esposte non sono solo oggetti della vita quotidiana: sono anche i paesaggi, l'architettura, le testimonianze orali della tradizione.

Quanto al «virtuale», la motivazione del coordinatore è diretta: in un mondo in cui la popolazione si concentra nelle aree metropolitane e i mezzi di comunicazione sono detenuti dalla cultura dominante delle città, l'unica speranza di far sentire la voce di chi sta fuori è Internet. Più si è isolati, più questo tipo di comunicazione diventa essenziale — soprattutto per chi non dispone di risorse finanziarie.

Le parole degli studenti

È maestoso l'ambiente naturale che ci circonda. Le risorse per un maggior sviluppo della nostra regione sono ogni giorno sotto i nostri occhi, ma proprio la mancata conoscenza di esse ci porta a sottovalutarle o ad ignorarle totalmente.

Dalle osservazioni e riflessioni degli studenti

L'Ecomuseo è organizzato in sei sezioni — ambiente e paesaggio, architettura, archeologia, storia e arte, musei, prodotti tipici e cucina — e ogni sezione contiene testi, foto con didascalie, disegni e schizzi. Per diffonderne la conoscenza oltre i confini nazionali, il lavoro originale comprendeva traduzioni in inglese e alcune sintesi in cinese: per la prima volta lo studio delle lingue è stato usato in modo strumentale, per far conoscere agli altri la propria cultura.